Apprendiamo e seguiamo da qualche giorno l'evolversi della situazione di tre famiglie rom residenti a Chieri su un terreno di loro proprietà. In tempi bui di caccia al diverso, queste famiglie rappresentano un modello di integrazione possibile. Nonostante ciò le esigenze della politica di mostrare i muscoli ha messo in pericolo la loro condizione di vita già precaria.
Nema Frontiera si schiera tutta a sostegno di chi lotta per giustizia, uguaglianza e dignità e vi invita a seguire le mobilitazioni tramite il sito:
http://www.nosgombero-rom.135.it
Rata Nece Biti (Non ci sarà la guerra) è un documentario girato in Bosnia, ideato e prodotto da Babydoc film con la collaborazione di Gianluca Arcopinto e la regia di Daniele Gaglianone. Nema Frontiera ha appoggiato ed accompagnato la produzione del documentario nell'arco dell'ultimo anno e molti dei personaggi che compaiono sono amici di lunga data dell'associazione.
Il documentario è stato selezionato nella sezione Ici et ialleurs del 61° festival del cinema di Locarno, sarà proiettato al ventiseiesimo Torino Film Festival ed al Leeds International Film Festival.
Il film mostra incontri con uomini e donne in Bosnia tentando di colmare il senso di distanza che c'è pur in un luogo geograficamente così vicino a noi. Le persone si muovono sugli scenari di Sarajevo, Srebrenica, la fabbrica di accumulatori di Potocari, i villaggi sul fiume Drina.
Sarà presentata oggi in conferenza stampa l'associazione “Mladi Antifašisti” (giovani antifascisti) di Tuzla.
Il gruppo, che ha già un blog www.blogger.ba/profil/matuzla è composto da ragazze e ragazzi contro il fascismo, il nazionalismo e qualunque forma di discriminazione.
Nata a Tuzla, da sempre città di larghe vedute e capace di respingere il nazionalismo, l'associazione usa parole d'ordine nette e decise, simili a quelle di molti gruppi omonimi europei, ma rivolta ad una controparte ben più ostile e massiccia dei compagni d'oltreconfine.
...Altre 60 pecore abbattute e sospetto di nuovi contagi umani...
Nei giorni scorsi sono state abbattute altre 60 pecore a Su?eska, un villaggio di rientranti pochi km sopra Srebrenica. La causa sempre la stessa: contagio da brucellosi. La malattia ha ormai portato all'abbattimento di oltre 400 capi nella zona e ha già contagiato diverse persone.

Ciao Luca...
Grazie!

In una terra in cui dal tempo della guerra un diverso modo di dire "caffè" può follemente influenzare la logica amico-nemico, un po' viene naturale ascoltare con attenzione l'accento dei tuoi compagni di viaggio e concludi che se la guerra porta a tanto, è davvero una cosa bastarda.
Questa volta a far tendere le orecchie alla gente, come a noi, c'era qualcuno di nuovo a cercare di parlare una lingua difficile, che in tanti in giro per il mondo cercano di imparare e insegnare anche se sembra proibita: l'esperanto degli ultimi. E' una lingua che non permette retorica. Concreta e limpida si articola prima con gli sguardi e poi con le parole; alla faccia dell'inglese la si capisce in qualunque posto del mondo: dai villaggi del Chiapas ai campi profughi palestinesi, dai quartieri polpolari di Belfast fino ai più sperduti villaggi bosniaci e ancora, ancora così. Si parla ovunque, ovunque ci sia qualcuno disposto ad ascoltarla.
L'11 luglio 1995 finiva l'assedio di Srebrenica, in Bosnia orientale.
Finiva con gli assedianti, mai disarmati dalle nazioni unite, che entravano in città, pronti a sterminare sistematicamente tutti gli uomini che avessero trovato.
Finiva con gli assediati, a cui i caschi blu avevano tolto le armi da molti mesi, che scappavano terrorizzati verso la base ONU a Potocari, in cerca di protezione.
Finiva con i caschi blu olandesi del battaglione Dutchbat III totalmente passivi di fronte alle milizie di Ratko Mladic che dividevano gli uomini dalle donne, massacrando i primi e stuprando e deportando le seconde.