Medaglie di sangue
Inserito da Michele Biava il Ven, 08/12/2006 - 13:45

L'11 luglio 1995 finiva l'assedio di Srebrenica, in Bosnia orientale.
Finiva con gli assedianti, mai disarmati dalle nazioni unite, che entravano in città, pronti a sterminare sistematicamente tutti gli uomini che avessero trovato.
Finiva con gli assediati, a cui i caschi blu avevano tolto le armi da molti mesi, che scappavano terrorizzati verso la base ONU a Potocari, in cerca di protezione.
Finiva con i caschi blu olandesi del battaglione Dutchbat III totalmente passivi di fronte alle milizie di Ratko Mladic che dividevano gli uomini dalle donne, massacrando i primi e stuprando e deportando le seconde.

Pochi giorni fa il governo olandese ha deciso di premiare 500 suoi soldati, ex caschi blu a Srebrenica.

I caschi blu, prima canadesi, poi olandesi inviati a Srebrenica dal momento in cui fu dichiarata "Zona protetta" dal generale ONU Morillon, avevano il mandato di disarmare le parti e garantire l'incolumità dei civili rifugiati nell'enclave.
Gli strumenti di cui disponevano per attuare il loro mandato erano probabilmente inadeguati al compito. Buona parte della responsabilità di questo va ricercata nelle alte sfere politiche internazionali che in quei mesi giocavano a Risiko con la Juogoslavia in preda a criminali internazionali e pazzi nazionalisti.

Certo, non era facile il compito dei poveri caschi blu olandesi insediati a Potocari. Era certamente più facile essere un civile di Srebrenica, sotto assedio da mesi, con le bombe che cadevano continuamente visto che nessuno si era preoccupato di disarmare i serbi. Era certamente più facile soffrire la fame più nera, quella che uccideva, mentre i convogli di aiuti umanitari che i caschi blu avrebbero dovuto far arrivare in Srebrenica venivano intercettati e saccheggiati dagli assedianti. Era certamente più facile morire.

Il comportamento dei soldati ONU a Srebrenica è stato inqualificabile per tutta la durata della loro presenza, non solo nelle ultime fasi del massacro.
Erano razzisti verso i musulmani, non avevano il minimo interesse a rischiare nulla per proteggere la popolazione che disprezzavano, schernivano e umiliavano.
Se si va a Potocari, nella ex fabbrica di batterie in cui erano stanziati, si può avere un'idea di quella che era lo spirito con cui stavano là. Sui muri della fabbrica sono rimaste le loro scritte e i loro graffiti. "Uccidere è il mio afare e gli affari sono una buona cosa" oppure " Ha i baffi, puzza di merda, ragazza bosniaca" scrivevano i soldati che sono stati decorati. Disegnavano scene di sesso e angioletti che sganciano bombe, soldati che lanciano caramelle ai bambini e loghi di motociclette.

Ora stanno organizzando una gita per tornare a Srebrenica "per vedere cos'è cambiato", qualcuno di loro, in realtà, è gia tornato.

"Due sono le reazioni quando vedono questo filmato" ci dice la ragazza che guida le visite alla fabbrica di Potocari e che ha perso gran parte della sua famiglia "o dicono che non sapevano e non potevano fare nulla, oppure piangono, piangono disperati. Non so se li detesto di più quando negano o quando piangono".

Vorrà dire che torneranno, decorati e piangenti a vedere come stanno le cose dopo che non hano fatto nulla per impedire quello che stava accadendo sotto i loro occhi e che non potevano non vedere: il più grande genocidio europeo dal 1945: tra gli otto e i diecimila maschi bosniaci musulmani trucidati in tre giorni e gettati in fosse comuni.
Chi organizza il viaggio diche che servirà ai soldati per curare i traumi di cui soffrono in seguito ai quei giorni.

Ancora una volta si sono dimenticati della gente di Srebrenica, delle migliaia di persone che oltre ad avere traumi indicibili ancora aspettano di trovare i resti dei loro cari, sparsi in qualche fossa comune.
A loro va la nostra medaglia immaginaria, a loro va tutta la solidarietà e l'appoggio, pur inutile, di chi li ha visti piangere e seppellire i loro cari e li vede star male ogni volta che una fossa comune è aperta.